STAFF

Ingegnere: Alessandro Pizzetti
Assistente: Angelica Palomba
Tel. +39.06.8085488

This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.www.gearestauri.it

Il Nostro Lavoro

La nostra visione di impresa ha a che fare con il bello, con l'eleganza con l'armonia degli spazi delle forme e dei colori .
Ci dedichiamo con passione alla Costruzione, Ristrutturazione al Restauro e al Consolidamento di immobili.
La passione per le costruzioni orienta il nostro lavoro, una costante ricerca scientifica unito alle attrezzature più aggiornate ci consente di operare con competenza e efficacia.
Nel corso degli anni abbiamo maturato una profonda conoscenza e una consolidata competenza in ogni  settore della Edilizia come i tanti lavori svolti testimoniano.
Una struttura tecnica e amministrativa  preparata  e dinamica  ci ha permesso di acquisire e mantenere Clienti di grande importanza, fra di essi l'Ambasciata degli Stati Uniti d'America, Dorchester Group Limited, la Federazione Italiana Tabaccai, Save The Children Italia e numerosi Enti e congregazioni religiose che hanno trovato in noi una Società in grado di eseguire lavori "chiavi in mano" dalla progettazione alla realizzazione oltre ad un gran numero di Clienti privati che hanno affidato noi il compito di rendere la loro casa più bella e più sicura.
La Direzione Tecnica dell'Impresa è affidata all'Ing. Alessandro Pizzetti che persegue con dinamismo inesauribile le molteplici attività in cui l' impresa si cimenta giorno dopo giorno.

Le nostre maestranze, sono la nostra forza, hanno iscritto nel loro DNA il principio enunciato da  Charles Péguy per cui il lavoro deve essere ben fatto a prescindere da ogni motivazione se non che per il piacere di fare bene.

 "Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta per sé, in sé, nella sua stessa natura. Esigevano che quella gamba fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio con cui costruivano le cattedrali. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto. Un sentimento incredibilmente profondo che oggi definiamo l’onore dello sport, ma a quei tempi diffuso ovunque. Non soltanto l’idea di raggiungere il risultato migliore possibile, ma l’idea, nel meglio, nel bene di ottenere di più. Si trattava di uno sport, di una emulazione disinteressata e continua, non solo a chi faceva meglio, ma a chi faceva di più; si trattava di un bello sport, praticato a tutte le ore, da cui la vita stessa era penetrata. Intessuta. Un disgusto senza fine per il lavoro mal fatto. Un disprezzo più che da gran signore per chi avesse lavorato male. Ma una tale intenzione nemmeno li sfiorava. Tutti gli onori convergevano in quest’unico onore. Una decenza, e una finezza di linguaggio. Un rispetto del focolare. Un senso di rispetto, di ogni rispetto, dell’essenza stessa del rispetto. Una cerimonia per così dire costante. D’altra parte, il focolare si confondeva ancora molto spesso con il laboratorio. E l’onore del focolare e l’onore del laboratorio erano il medesimo onore. Era l’onore del medesimo luogo. Era l’onore del medesimo fuoco. Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento consacrato. Ogni cosa era una tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore, costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo, il letto e la tavola, la minestra e il manzo, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la scala, e le scodelle sul desco. Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene."

 Charles Péguy, da L'argent